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Bullismo E  Cyberpsicologia. Intervista Al Dott. Oliviero Facchinetti

Bullismo e cyberpsicologia. Intervista al Dott. Oliviero Facchinetti

Il Dott. Oliviero Facchinetti, psicologo e psicoterapeuta, grazie alle sue esperienze nel mondo scolastico ha maturato una grande competenza nel mondo dei giovani. È un antesignano del bullismo e della digitalizzazione della psicologia. In questa intervista si parlerà della diffusione mediatica del tema del bullismo e di psicologia associata al web.

 

Dal 1997 lei dirige un portale sul bullismo. Possiamo definirla a pieno titolo un antesignano del binomio web/psicologia. Che cosa aggiunge o cosa toglie, nel rapporto con il paziente, il filtro di uno schermo e di una tastiera?

Sicuramente bisogna prestare un’attenzione diversa: ci sono richieste strutturate e ci sono persone che vivono l’ansia del momento. Ad esempio la mamma che vede il bambino di 6 anni  mentre fa un gioco sessuale con l’amico e scrive talvolta per impulso. E’ importante capire quando si è di fronte a una richiesta di rassicurazione o quando ci si trova di fronte qualcuno che potrebbe chiederti implicitamente qualcosa di diverso da quello che ti sta esplicitamente chiedendo. Molte persone scrivono sulla sessualità infantile, magari chiedendo di conservare l’anonimato. Spesso capita di immaginarsi che, dietro a qualcuno che si presenta con delle coordinate, ci potrebbe essere qualcos’altro. Soprattutto in questi casi cerco di stare attento e di approfondire. Quando si cerca di capire meglio, i “malintenzionati” scompaiono e gli utenti sinceri rispondono in maniera positiva.

 

Dai tempi del fax all’epoca della realtà virtuale com’è cambiato lo sviluppo del tema del bullismo?

Intanto è opportuno considerare la storicità del tema. Circa 10 anni fa è esplosa in Italia una campagna mediatica importante a seguito di un episodio di bullismo ai danni di una persona disabile pubblicato sul web. L’inizio di questa stagione ha segnato sicuramente un cambiamento anche nei media che hanno progressivamente sensibilizzato, informato e influenzato l’opinione pubblica. Prima di allora c’era meno materiale in giro e la mia era forse l’unica piattaforma in italiano che si occupava in modo articolato del tema. A partecipare al mio forum non c’erano solo i diretti interessati, ma anche studiosi e studenti in cerca di materiali alternativi di studio. C’era un flusso virtuoso, e l’obbligo d’iscrizione garantiva un livello di qualità importante.

 

Com’è cambiato negli anni il rapporto tra l’utente e la consulenza online?

È cambiata la società attraverso Internet. Prima le richieste erano maggiormente strutturate, oggi puoi trovare di tutto. A causa della velocità che ha raggiunto il mezzo, oggi molte persone rinunciano ad un ambiente di discussione affidabile  per la banalità di doversi loggare. Io lavoro anche nelle scuole e, confrontandomi con colleghi e ragazzi mi rendo conto, anche di fronte a piattaforme scolastiche, che nel momento in cui esse garantiscono un rapido accesso via cellulare o tablet vengono utilizzate, altrimenti no. Quando lo strumento diventa più faticoso dell’abitudine le persone non lo usano più. Oltretutto la questione dello spam dissuade molti a lasciare la mail. Su Internet la burocrazia è necessaria a garantire trasparenza e affidabilità. Purtroppo molto spesso è respingente poiché siamo circondati da password. In questo senso avevo anche provato a lasciare il forum aperto, ma gli interventi inappropriati avevano fatto scendere la qualità della discussione, per cui mi sono risolto a ripristinare l’iscrizione obbligatoria per poter postare.

 

Superate le modalità di accesso, quali sono le differenze tra un dibattito tradizionale rispetto a un dibattito che ha sede nel forum di una pagina internet?

Paradossalmente, nonostante la rapidità di Internet, nel forum uno ha tempo di pensare prima di  rispondere e la disponibilità di una maggiore calma. Naturalmente bisogna stare attenti a non fare in modo che il tema perda di interesse. Già la scrittura è un mezzo di maggiore efficacia poiché rappresenta un passaggio di mediazione tra il pensiero e il verbo. All’inizio, nello strutturare il sito, avevo dedicato diverse aree riservate a categorie differenti: genitori, insegnanti e ragazzi. I ragazzi erano pochi, ma parliamo di un’epoca in cui non esistevano i social e Internet aveva un’anima e un’utenza diverse. In quegli anni avevo un registratore di visite che era arrivato a 10.000 visite al giorno, dopodiché sono nate tantissime cose differenti che hanno dato la possibilità alla richiesta di espandersi in maniera canalizzata. La mia esperienza insegna che il dibattito su Internet deve essere necessariamente filtrato perché non si può controllare né prevedere tutto e la disinformazione è sempre più diffusa, a volte senza particolari conseguenze negative, a volte può essere fonte di comportamenti dannosi.

 

E il modo di parlare di Bullismo è diverso?

Lavorando nelle scuole mi capita molto spesso di parlarne con i ragazzi. Effettivamente mi sono accorto che il distacco che garantisce il mezzo genera delle potenzialità maggiori. Il dibattito iniziato in classe, proseguendo sulla rete, talvolta consente di ottenere commenti che alcuni ragazzi non farebbero mai in presenza. Ragazzi timidi che non avrebbero mai contrastato quella che poteva essere la leadership del gruppo. Grazie al web si sono sentiti liberi dall’emotività del momento e dalla pressione del gruppo. Naturalmente ribadisco la necessità della premessa di fondo: il gruppo deve essere chiuso e circoscritto.

 

Di fronte alle emergenze qual è la percentuale delle richieste d’aiuto sul tema del Bullismo, ci sono più genitori o più i giovani?

I ragazzi cercano su wikipedia o si fermano alla prima cosa che, secondo loro, può aiutarli. Molti si rivolgono ai numeri dedicati, alla Polizia Postale o a Telefono Azzurro  A me direttamente sono arrivate poche  emergenze gravi, ma va anche precisato che non ho mai proposto un servizio di prima emergenza nel mio portale, per cui non mi aspetto quel genere di richieste. Più che altro ricevo richieste in cui quasi sempre il problema si è cronicizzato. A scrivermi sono quasi sempre i genitori, in pochi casi gli insegnanti,  raramente i ragazzi.

 

Secondo lei questo genere di consulenze online quanto riescono a rappresentare un ponte per allacciare un rapporto professionale in presenza?

Di solito cerco di dare qualche consiglio, rispondo a delle domande e solo in alcuni casi e con molto tatto consiglio di rivolgersi a un professionista. Personalmente fino a qualche anno fa non ero molto interessato alle richieste tramite web, perché capitava  spesso che all’appuntamento di persona poi non si presentasse  nessuno. Devo dire che negli ultimi anni la cosa è cambiata. Soprattutto i ragazzi di oggi, che si informano, si documentano e sanno come orientarsi in Internet, riescono  ad attraversare questo ponte. Quasi sempre ormai un ragazzo o un giovane si è già informato online su chi sono e si è già fatto un’idea prima ancora di chiedermi un appuntamento. Per questo è fondamentale essere estremamente onesti e trasparenti nelle informazioni che pubblichiamo. Oggi Internet, per chi lo sa usare, è diventato uno strumento più familiare e meno oscuro rispetto a quello che si poteva pensare qualche anno fa.

 

Come giudica i dati sul bullismo degli ultimi anni?

Parlando di dati ritengo necessaria una premessa. Per molti anni in Italia abbiamo assistito a campagne divulgative in cui venivano dichiarati dati sulla diffusione del bullismo nettamente superiori a ciò che emergeva dalle ricerche scientifiche. Dietro a questi comportamenti ritengo vi fossero almeno un paio di motivazioni nascoste: una è l’idea che se si tratta un fenomeno come ‘emergenza’ vi sia maggiore interesse e venga affrontato meglio e l’altra motivazione ha invece a che fare con la dimensione ‘commerciale’ … basti vedere come spuntino improvvisamente sedicenti “esperti” ogni volta che un tema assurge agli onori della cronaca. E’ stato così anche per il bullismo: appena i media ne hanno parlato sono stati pubblicati una serie di libri sul tema da parte di persone che prima di allora non se ne erano quasi mai occupate. Questo genere di sedicenti “esperti” ha solitamente interesse ad enfatizzare il fenomeno, proprio per attirare maggiore attenzione.

La sensibilizzazione è fondamentale, ma non ha molto senso accentuare una realtà rispetto a quello che succede veramente.   E’ abbastanza semplice dare una informazione enfatizzata; ad esempio se analizziamo il dato di chi ha subito prese in giro possiamo arrivare ad un 30%. Andando a cercare in questo 30% chi  ha sviluppato un malessere si arriva massimo al 12%. Ingigantire il problema fa da cassa di risonanza, ma i ragazzi che sono testimoni  della effettiva diffusione del fenomeno  di fronte a certe enfatizzazioni  perdono fiducia. Negli ultimi anni per fortuna le cose sono migliorate ed anche a livello dei media osserviamo una informazione prevalentemente congrua con le ricerche scientifiche. Ad esempio nell’ultimo rapporto Istat  abbiamo dati in linea con le ricerche europee.  

 

Lo scorso luglio a Monaco di Baviera un diciottenne tedesco-iraniano ha fatto fuoco sulla folla uccidendo 10 ragazzi, ferendone 27 e terminando il massacro suicidandosi. Tra gli ingredienti di questa storia atroce è emerso che il ragazzo fosse vittima di bullismo. Come analizza questa escalation di violenza contro persone innocenti?

Di solito il suicidio è una conseguenza molto rara del bullismo. Si tratta sempre di un comportamento estremo, con cause complesse in parte legate al contesto di vita, ma soprattutto  alle caratteristiche personali dell’individuo. Riguardo a Monaco ipotizziamo di avere  una vittima che diventa persecutore. Ci sono individui che subiscono, o hanno subito da bambini, e a un certo punto diventano aggressivi. Banalmente era il fenomeno del “nonnismo” nelle caserme. A forza di subire e accumulare rabbia e rancore può capitare il  momento in cui si sfoga tutto insieme manifestando comportamenti simili a quelli che si sono subiti (o, tramite meccanismi psicologici più complessi, ci si identifica nell’aggressore assumendone le somiglianze) .

È per questo che, da 30 anni a questa parte, si cerca di dare consulenza psicologica e supporto alle vittime. È necessario rafforzare chi subisce certi comportamenti. È un lavoro molto delicato perché bisogna evitare di far pensare alla vittima che il problema sia suo. In realtà il problema principale riguarda le dinamiche del gruppo  i cui partecipanti, quando prevalgono i comportamenti persecutori,  si accaniscono sulle fragilità di un individuo. Dire che quel ragazzo di Monaco fosse un sociopatico ci potrebbe in qualche modo rassicurare , ma non è sufficiente a descrivere il quadro psico sociale. Ci troviamo di fronte a un dramma portato all’eccesso dove, per emulazione, si costruisce la sete di vendetta. Quando si perde il limite di questo sentimento si va all’azione. Naturalmente non avendo studiato la vicenda parlo in generale. Tuttavia il suicidio rappresenta un gesto estremo di vendetta nei confronti dei persecutori e dei loro comportamenti. Di fronte a un sentimento d’impotenza, per la vittima il suicidio rappresenta l’unico modo per colpire i  persecutori. Il fatto che il ragazzo abbia colpito degli innocenti è clinicamente coerente con la tipologia di fenomeno. Il transfer dagli aguzzini veri e propri purtroppo non deve stupire. Da un punto di vista generazionale e culturale, probabilmente, le vittime, agli occhi di quel ragazzo corrispondevano al profilo dei cosiddetti bulli. C’è un momento in cui si perde l’esame di realtà. Si giunge a un momento in cui il senso di accerchiamento non è più specifico ma generalizzato. Da lì tutti sono colpevoli, e tra quei tutti è più facile andare a colpire quelli che, a loro volta, sono i più deboli. È difficile che la vittima colpisca contro il gruppo persecutore, ma talvolta cerca di ricreare, in un processo di emulazione, situazioni in cui può predominare sugli altri. In ogni caso stiamo parlando di una situazione estrema ed eccezionale nella sua gravità; nella generalità dei casi in cui la vittima diventa a sua volta persecutore, non fa altro che mettere in atto contro altre vittime ciò che lei stessa ha subito.

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