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Allerta Oversharing: Quando Mostrarsi è L’unica Cosa Che Conta

Allerta oversharing: quando mostrarsi è l’unica cosa che conta

 

“Questi bulimici dell’attenzione altrui hanno trovato il loro habitat ideale sui social network: certo, narcisi sono sempre esistiti, ma finché non sono stati inventati i selfie, avevano meno occasioni di dare dimostrazione di sé” Paolo Crepet

Il bisogno di essere ammirati arriva dopo quello di esserci e di farsi vedere.

I social network hanno affermato la visibilità come misura del valore.  Avere un riscontro, un feedback, un like, molti followers diventa una dipendenza. La dipendenza è tale che c’è chi resta connesso di notte e si sveglia appositamente per controllare se i suoi post stanno avendo successo.

Quando l’egocentrismo diventa oversharing

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Il significato di questo termine è “eccesso di condivisione di informazioni”, ovvero: piu’ si diffondono i social network come Facebook, Twitter e Youtube, piu’ cresce la nostra voglia di condividere ogni aspetto della nostra vita privata, dalla cena alle vicende amorose, gli spostamenti, addirittura le malattie.

Ad esempio, con l’applicazione Foursquare si può far sapere agli altri in rete dove si è in tempo reale e mappare i propri spostamenti.

A volte il bisogno di attenzione e condivisione può sfociare nell’oversharing quando si condividono tutti i minimi particolari della propria vita privata su Internet, dove si dialoga con persone non sempre conosciute. Società della solitudine e dell’apparire.

Sui social network si verifica inoltre un fenomeno di imitazione:  più gli altri mostrano foto e aspetti di sé, più siamo trascinati a  mostrare e a condividere tutto. La riservatezza e  la distinzione tra ciò che è individuale e collettivo non è più tanto netta.

Diana I. Tamir e Jason P. Mitchell, studiosi di Harvard, si sono dunque chiesti cosa spinge l’essere umano a cercare di condividere le proprie esperienze con gli altri.

L’ipotesi è quella che l’essere umano riceva da questo comportamento un rinforzo positivo, una qualche gratificazione che fa sì che il comportamento si possa ripetere.

I due studiosi hanno sottoposto alcuni soggetti ad un’indagine con risonanza magnetica funzionale proprio nell’atto di raccontare sé stessi o di formulare congetture e ipotesi sulle opinioni di un’altra persona.

È emerso così che il comunicare agli altri i propri pensieri, emozioni, riflessioni è correlato fortemente con l’attivazione di aree cerebrali deputate alla percezione di un senso di gratificazione e di piacere. La riflessione degli autori li conduce ad affermare che il piacere di parlare di sé agli altri è simile a quello, definito primario, che è intrinseco al cibo ed al sesso.

Fonte: Habemus Marketing

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