
Drammi senza filtri: quali conseguenze?
Nei giorni immediatamente successivi ad un avvenimento tragico, come un attentato terroristico o un terremoto, i social pullulano di immagini e video dell’accaduto, ai quali è difficile sottrarsi. Quali sono le conseguenze di questa esposizione, volontaria e non, a contenuti forti, drammatici e senza alcun filtro? Cosa ci spinge a filmare e condividere questi avvenimenti? E’ il risultato fisiologico di una comunità iperconnessa che comunica in tempo reale attraverso i social o c’è dell’altro? Forse una paura profonda che cerchiamo di demonizzare con un clic e una condivisione?
Nonostante Facebook cerchi di applicare dei filtri in grado di esaminare i contenuti che vengono caricati, è sempre più comune trovarsi sotto gli occhi il video di drammi, di una aggressione o una scena cruenta come la foto di un bambino sfigurato dagli orrori della guerra. C’è chi le condivide una ad una, sollecitando i propri follower a fare altrettanto, a volte anche con fare minaccioso (“Chi non condivide è complice!”), c’è chi salta di testata giornalistica in testata giornalistica alla frenetica ricerca dell’ultimo video, di quello più esplicito.
Marie-France Marin e colleghi si sono posti una domanda interessante: esistono effetti sull’organismo dei “social-spectator” che assistono ad eventi drammatici condivisi e rimbalzati sul web? La risposta, basata su un totale di 56 soggetti (28 uomini e 28 donne) mostra che l’esposizione, attraverso i media, ad accadimenti negativi reali influenza i processi fisiologici e psicologici degli spettatori, prevalentemente delle donne, alle quali determina un aumento della reattività allo stress e una maggiore propensione all’elaborazione cognitiva delle informazioni, a discapito del sistema emotivo.
La strana attrazione che proviamo nei confronti del tragico è comunque comune ai più, ma oggi che la possibilità di comunicare il dolore – spesso altrui – è più semplice ed immediata rispetto al passato, le conseguenze di questa esposizione sono decisamente più evidenti. Posare lo sguardo su un dramma lontano quanto spaventoso può rappresentare una forma di esorcismo che bisogna però imparare a riconoscere, controllare ed educare; il rischio è che si ottenga l’effetto contrario: non più un avvicinamento empatico all’evento e alle vittime, bensì un’assuefazione che rischia di banalizzare e togliere significato.

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