skip to Main Content
Perché Il Diritto All’oblio Sul Web Non Funziona

Perché il diritto all’oblio sul web non funziona

La rivoluzione digitale ha enormemente aumentato le capacità di archiviazione (storage), categorizzazione (classification), interpretazione (elaboration) e presentazione di qualsiasi documento o dato materiale e/o immateriale. Ma le potenzialità espresse da una così vasta memoria digitale non sono senza conseguenze, ed uno degli istituti oggi certamente in crisi è quello del diritto all’oblio.

Il diritto all’oblio è una particolare forma di garanzia che prevede la non diffondibilità, senza sufficienti motivi, di elementi pregiudizievoli dell’onore di una persona.

Il diritto all’oblio, da sempre tutelato nel nostro ordinamento giuridico,  è approdato sul web solo recentemente. Nel maggio 2014, infatti,  una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha dato la possibilità ad un cittadino europeo di chiedere a Google di rimuovere contenuti “inadeguati, irrilevanti, non più rilevanti o eccessivi” ad eccezione di “contenuti di interesse pubblico”.

E’ nato così il Diritto all’Oblio relativo al Web.

Dal 2014 ad oggi sono 554 mila le persone che si sono rivolte a Google per rimuovere contenuti online appellandosi al Diritto all’Oblio, eppure solo il 43,2% delle richieste è stata accolta dal colosso americano. Tra gli altri, i link segnalati da Tiziana Cantone sono rimasti tra le richieste respinte.

Cosa non ha funzionato? Quali sono i limiti di questo nuovo Diritto?

 

  1. Discriminazione dei contenuti

Negli ultimi anni l’Unione Europea ha interpretato il Diritto all’Oblio solamente come la possibilità di far rimuovere dal Web contenuti personali che non sono più rilevanti nel presente, i cosiddetti “cold cases”, ovvero questioni legate al passato. Questa interpretazione, oltre ad aver trascurato i cosiddetti “contenuti inadeguati ed eccessivi” come quelli di Tiziana Cantone,  ha innescato uno scontro non irrilevante con la libertà d’informazione. Guido Scorza, avvocato esperto di Diritto di Internet, fa notare infatti come questo genere di Diritto all’Oblio possa portare a un Web caratterizzato da contenuti “oscurati”  e/o troppo lusinghieri”. Nel caso più estremo, una piattaforma digitale di questo tipo non ci consentirebbe più di scoprire che un personaggio pubblico ha avuto qualche condanna giudiziaria  o che un ragazzo ha avuto un passato da terrorista.

  1. Margine d’azione troppo ristretto

Supponiamo  che Google accetti la nostra richiesta. Cosa succede? Secondo le direttive della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, il motore ricerca ha il dovere di cancellare dalla piattaforma solamente i risultati collegati al nome del querelante. Il Diritto all’Oblio comprende cosi solo i link che presentano un nome specifico e non interviene sulle fonti delle informazione vera e propria. Questo significa che si può ritrovare il contenuto rimosso semplicemente utilizzando altre parole.

  1.  Effetti “territoriali”

Il Diritto all’Oblio si configura come “territoriale” nel senso che se una richiesta di rimozione viene fatta da un italiano, il link non compare più con quel nome solamente su google.it. Se si ricerca invece il contenuto su google.uk o su un altro motore di ricerca estero, si potrà trovare facilmente.

  1. Procedure inefficienti

Se Google respinge una richiesta di deindicizzazione, cosa si può fare?
Il Diritto all’Oblio prevede la possibilità di appellarsi a giudici nazionali ma le tempistiche e i costi scoraggerebbero anche il cittadino europeo più determinato. In Italia, ad esempio, dopo il rifiuto da parte del motore di ricerca, si può ricorrere al Garante per la Privacy con un costo di 150 euro e un attesa di massimo 60 giorni. Se poi la sua risposta non è ancora soddisfacente, ci si può rivolgere al tribunale civile con un notevole aumento dei costi e dell’attesa.

Se consideriamo gli aspetti appena descritti, l’idea di cancellare letteralmente un contenuto dal Web appare ancora lontana e l’attuale Diritto all’Oblio non sembra aiutare molto in questo. Purtroppo però eventi drammatici come quello di Tiziana Cantone e Carolina Picchio, la ragazza che si è suicidata per un video in cui vedeva molestata da un gruppo di bulli,  ci impongono di trovare una soluzione. Forse una strada può essere quella di sviluppare algoritmi che selezionino e cancellino automaticamente i contenuti dei motori di ricerca.  In altre parole, cosi come l’algoritmo di Facebook, sceglie quali notizie mostrarci in base ai like e alla persona che l’ha postato, cosi un algoritmo nel futuro potrebbe cancellare da ogni motore di ricerca quei contenuti potenzialmente distruttivi a livello umano.

Questo articolo ha 0 commenti

Lascia un commento

Back To Top
×Close search
Cerca