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È Possibile Provare Ansia In Un “ambiente Sicuro”?

È possibile provare ansia in un “ambiente sicuro”?

Immagina di essere in un prato a raccogliere fiori: sai che alcuni fiori sono sicuri, mentre altri contengono al loro interno un’ape che ti pungerà.

Come reagiresti a questo ambiente e, cosa più importante, come reagirebbe il tuo cervello?

Questo è lo scenario in Realtà Virtuale utilizzato da Benjamin Suarez-Jimenez, ricercatore dell’Università di Rochester e colleghi, allo scopo di comprendere in che modo l’ansia influenza la mente e come quest’ultima intuisce ciò che è minaccioso e ciò che è sicuro.

In altre parole, servendosi di setting in Realtà Virtuale per indagare le dinamiche neurali attraverso cui il cervello apprende nell’ambiente, la ricerca del team di Suarez-Jimenez centra il focus sul chiarire come le persone costruiscono mappe nel cervello basate sull’esperienza e il ruolo di quelle mappe nelle patologie legate allo stress e all’ansia.

Guardare l’ansia direttamente nel cervello

In virtù di ciò, attraverso la Fmri (Risonanza Magnetica Funzionale), i ricercatori hanno osservato l’attività cerebrale in un campione di volontari mentre navigavano in un’esperienza in Realtà Virtuale all’interno di un prato fiorito.

Tra i partecipanti, alcuni soffrivano da tempo di ansia, altri invece no.

In particolare, su una metà del prato cresceva un’innocua specie di fiore.

Invece, l’altra metà del prato era ricoperta di fiori contenenti api pronte a pungere.

La puntura delle api veniva simulata attraverso una lieve stimolazione elettrica alla mano.

I ricercatori hanno osservato come tutti i partecipanti allo studio erano in grado di distinguere tra le aree sicure e quelle potenzialmente pericolose.

Tuttavia, le scansioni cerebrali hanno rivelato altro.

Nello specifico, i volontari con ansia presentavano livelli di attivazione localizzati nei circuiti neurali deputati all’ansia, in particolare nell’insula e nella corteccia prefrontale dorsomediale.

Tali valori indicano quindi che il loro cervello stava associando un’area sicura nota ad un pericolo o una minaccia.

Da sottolineare come le differenti attività cerebrali erano le uniche divergenze osservate tra i partecipanti ansiosi e i partecipanti non ansiosi.

Infatti, non sono state rilevate particolari manifestazioni fisiche come sudorazione eccessiva, palpitazioni o tremori.

Razionalizzare l’ansia è più difficile di quello che sembra

Questi risultati rivelano come i disturbi d’ansia potrebbero rappresentare più di una semplice mancanza di consapevolezza dell’ambiente e del suo livello di sicurezza.

Piuttosto emerge una sorta di incapacità nel controllare i sentimenti e i comportamenti da parte di coloro che soffrono di disturbi d’ansia.

In particolare, sembra come se da una parte avessero la consapevolezza di essere in uno spazio sicuro, ma dall’altra il loro cervello si comportasse come se non lo fossero.

Espandere la ricerca ad altri disturbi

Sicuramente per il gruppo di ricerca guidato da Suarez-Jimenez i risultati raccolti con questa ricerca non rappresentano affatto un punto di arrivo, bensì un punto di partenza.

Difatti, il prossimo passo sarà quello di chiarire se esiste un qualche tipo di correlazione tra i dati raccolti e i meccanismi neurali di altri disturbi, come il disturbo da stress post-traumatico.

Comprendere le differenze e le somiglianze tra i disturbi caratterizzati da deficit nella regolazione comportamentale e nei sentimenti in ambienti sicuri, potrebbe sicuramente aiutare a creare migliori opzioni di trattamento personalizzate.

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