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La paura della paura: il D.O.C. post-traumatico

In questo articolo viene approfondita la natura del DOC (Disturbo Ossessivo-Compulsivo) in relazione al DPTS per arrivare a parlare del post traumatic obsessive–compulsive disorder: un insieme di legami che negli ultimi anni è oggetto di sempre maggiori studi e ricerche.

La relazione tra Disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) e Disturbo post-traumatico da stress (DSPT) è stata poco studiata in letteratura.

Il disturbo post-traumatico da stress

Il DSPT è definito dalla coesistenza di tre gruppi di sintomi: il rivivere l’evento traumatico attraverso esperienze intrusive, l’evitamento e ipereccitazione.

Questi sintomi persistono per almeno 1 mese nei superstiti di un evento traumatico.

Il DSPT è un disturbo in cui un evento traumatico esterno è associato sia all’esordio che all’eziologia; come il DOC, DSPT ha un impatto grave e negativo sulla qualità di vita.

Come riporta Epicentro, negli Stati Uniti il National Institute of Mental Health (NIMH) propone una stima di circa 5,2 milioni di americani tra i 18 e i 54 anni (o del 3,5 per cento delle persone in questa fascia d’età) affetti da DSPT. Sempre secondo il NIMH, il 30 per cento dei veterani del Vietnam ha sviluppato una forma di DSPT dopo la guerra. Mentre fra i veterani della prima guerra del golfo sarebbero circa l’8 per cento le vittime del DSPT.

In Italia, il dato sull’epidemiologia del DPTS non è aggiornato.

Il disturbo ossessivo-compulsivo

Il DOC è una patologia neurobiologica che colpisce circa il 2% della popolazione. È caratterizzata dalla presenza di

  • ossessioni: pensieri, impulsi o immagini ricorrenti e persistenti che sono vissuti come indesiderati;
  • compulsioni: comportamenti o azioni mentali ripetitive che un individuo si sentesi sente obbligato a compiere in risposta ad una ossessione o secondo regole che devono essere applicate rigidamente (Sasson, Dekel, Nacasch, Chopra, Zinger, Amital, Zohar, 2005).

I pazienti che soffrono di disturbo ossessivo compulsivo sono comunemente affetti da altri disturbi mentali, tra cui il disturbo depressivo maggiore, la fobia sociale, disturbi da consumo di alcol, fobie specifiche, disturbo di panico e problemi alimentari.

Secondo quanto riporta il sito di APC – SPC – AIPC – IGB – SICC:

[Il DOC] colpisce circa il 2-2,5% della popolazione generale: significa che su 100 neonati, 2 o 3 svilupperanno nell’arco della propria vita il disturbo. In Italia, sono circa 800.000 le persone colpite da disturbo ossessivo compulsivo.

Il legame tra DOC e DPTS

Sempre il DSM-5 riporta che il DOC ha stretti rapporti tra i disturbi d’ansia ed è proprio qui che entriamo nel vivo del tema di questo articolo.

Lo stress causato dal trauma è stato definito come un distress psicologico che risulta direttamento dall’aver sperimentato un evento stressante (APA, 2013).

Lo stress psicologico tipicamente si manifesta tramite pensieri intrusivi (come flashback, incubi e iperviglianza) che riguardano tipicamente un evento traumatico sperimentato.

I sintomi che un individuo potrebbe sperimentare sono variabili e dipendono dalla situazione. Alcune volte i sintomi sono orientati verso l’ansia o la paura.

Altre volte il quadro clinico include sintomi depressivi, rabbia, aggressività o dissociazione. Ogni combinazione di questi sintomi potrebbe essere presente dopo l’esposizione ad un evento avverso o stressante. (APA, 2013).

Concettualmente, la sovrapposizione tra DOC e stress legato al trauma può essere trovata nel modo in cui la persona pensa e reagisce ai pensieri intusivi inerenti alle due situazioni (Dykshoorn, 2015).

La paura della paura: perché non dobbiamo cedervi

Secondo la dottoressa Jennifer Shannon, cofondatrice della Santa Rosa Center for Cognitive Behavioral Therapy, tutti i tipi di ansia hanno in comune la paura per l’ignoto o comunque per qualcosa di brutto possa accadere nel futuro.

Un tipico esempio a questo proposito è la paura di avere un attacco di panico mentre si è in fila alla cassa o che dietro ad un neo si nasconda un cancro.

Alla base di questa paura, suggerisce Shannon, c’è l’idea che ciò che non si conosce potrebbe potenzialmente ucciderci.

Il terrorismo e le sparatorie di massa attivano questa paura dell’ignoto: il nostro cervello generalizza l’informazione che la carneficina potrebbe accadere ovunque, in qualsiasi momento, in luoghi che abbiamo sempre pensato fossero sicuri.

Quando siamo spaventati, il nostro primo istinto è neutralizzare la minaccia. La parte primitiva del nostro cervello che è orientata alla sopravvivenza (l’amigdala) invia sostanze chimiche e messaggi neurali attraverso i nostri corpi, spingendoci a fare qualcosa.

In questi momenti non pensiamo con la nostra menti più razionale ed evoluta. Come riporta Shannon, veniamo dirottati dalle emozioni negative.

Quando lasciamo che questa parte primitiva del nostro cervello generi i nostri pensieri, non siamo più in grado di calcolare la probabilità corretta che si verifichi o meno un certo evento. Riusciamo solo a pensare quanto brutto e negativo esso possa essere.

In breve, Shannon sostiene che quando agiamo mentre siamo in uno stato di paura e allerta, i nostri tentativi di stare al sicuro rendono il problema ancora peggiore.

In che senso?

Shannon riporta alcuni atteggiamenti tipici dati in risposta ad atti di terrorismo:

  • l’evitare di trovarsi in posti affollati come centri commerciali e teatri;
  • assumere guardie armate durante feste o grandi assembramenti di persone;
  • stare attenti a persone che trasportano armi nascoste o stare pronti a far loro fronte, eventualmente, portando noi stessi un’arma.

Queste reazioni convalidano una minaccia percepita come reale. Stiamo dicendo: “No, non siamo al sicuro. Dobbiamo fare qualcosa”. Stiamo rafforzando la mente primitiva dicendole con il nostro comportamento che dovremmo avere paura.

Quando non succede nulla di brutto, è probabile che lo attribuiamo alle precauzioni che abbiamo preso. Ad esempio, “Poiché la scuola era protetta da guardie armate, nessuno l’ha attaccata”.

Shannon: “Considerate questo: nel 2015, 367 Americani sono morti per sparatorie di massa, definite come quattro o più persone uccise o ferite. Il numero di persone morte in incidenti stradali nel 2014 negli USA è stato di 32.675.

Ovviamente tutto ciò non è per piantare il seme della paura di guidare, ma per dimostrare che quando reagiamo alle minacce dirottate dalla paura, percepiamo erroneamente i rischi reali. È più efficace affrontare prima la nostra ansia, poi agire”.

La dottoressa Debra Kissen riporta che le persone che soffrono di disturbo ossessivo-compulsivo post-traumatico spesso iniziano un trattamento con la convinzione implicita che avere un pensiero disturbante è grave tanto quanto impegnarsi in un comportamento strano e allarmante (come potrebbero essere le compulsioni).

Secondo l’esperienza di Kissen, queste persone hanno passato una vita a cercare disperatamente di non provare pensieri intrusivi.

L’estremo disagio causato dai pensieri intrusivi dà il via a un circolo vizioso per cui queste persone cercano costantemente di evitare di avere quei pensieri, portando ad un aumento dei pensieri stessi contro i quali si stanno impegnando.

Il trattamento

Un trattamento efficace per il disturbo ossessivo-compulsivo, riporta Kissen, prevede l’assistenza ai pazienti nel prendere contatto con i loro pensieri spaventosi (la cosiddetta esposizione) più e più volte fino a quando il loro cervello non si “annoia” nel vedere sempre lo stesso stimolo.

Lo stesso processo avviene, ad esempio, ogni volta che riguardiamo per la seconda, terza, quarta volta un film horror che ci ha particolarmente spaventato, il suo effetto degrada gradualmente, passando dal sembrarci spaventoso all’essere solamente assurdo.

Allo stesso tempo, secondo Kissen, i clienti apprendono le strategie e ricevono supporto per abbandonare tutti i comportamenti di controllo del pensiero (prevenzione della risposta). Questo approccio terapeutico è chiamato prevenzione dell’esposizione e della risposta (ERP) per il DOC.

Kissen riporta una riflessione interessante: il rovescio della medaglia di qualsiasi ossessione legata al trauma può essere considerata un valore. In che senso?

Molto spesso, se non si è ancora chiari su cosa sia importante nella propria vita, può essere utile identificare il materiale psichico che il DOC “sceglie” di terrorizzare.

Il DOC non invaderà mai un territorio che è irrilevante nella vita di una persona. Paradossalmente, uno dei lati positivi del DOC è di rendere consapevole la persona che ne soffre di un potenziale pericolo e quindi darle gli strumenti per impegnarsi in un comportamento che possa far migliorare le cose immediatamente.

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Bibliografia e sitografia

Sasson, Y., Dekel, S.,  Nacasch, N., Chopra, M., Zinger, Y., Amital, D., Zohar, J. (2005). Posttraumatic obsessive–compulsive disorder: A case series, Psychiatry Research, Volume 135, Issue 2, Pages 145-152.

https://www.jennifershannon.com/

https://lightonanxiety.com/blog/harm-related-ocd-%E2%80%94-terrorist-within

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