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Il PTSD Nei Militari: Gestire Il Trauma Con La VR

Il PTSD nei militari: gestire il trauma con la VR

Courtesy photo of www.digitaltrends.comvirtual-realityvr-ptsd-vietnam-war

Il disturbo post-traumatico da stress (PTSD) è definito come una condizione che risulta dall’esposizione del soggetto (in prima persona o indirettamente) ad uno o più eventi traumatici e minacciosi che hanno implicato morte o minaccia di morte all’integrità fisica propria e altrui (DSM – 5).

La risposta fisica e psicologica che si riscontra a seguito di questa esposizione comprende reazioni varie. Queste vanno dalla paura intensa, a sentimenti di impotenza od orrore. Secondo Paulson e Krippner, le capacità di coping non sono sufficienti per affrontare le emozioni e i vissuti associati.

È necessario specificare che il PTSD non è necessariamente una conseguenza della guerra. Esso può verificarsi in seguito ad eventi traumatici associabili alla vita civile. Alcuni esempi sono incidenti d’auto, esplosioni, rapine, sequestri o stupri.

Tra i sintomi più comuni riscontrabili in chi ha una diagnosi di PTSD troviamo:

  • l’evitamento (lo strenuo tentativo di evitare di venire a contatto con cose e persone che possano in qualche modo ricordare il trauma);
  • intrusioni (momenti in cui il ricordo dell’evento traumatico si fa particolarmente vivido. Può scatenare le stesse reazioni psicofisiologiche sperimentate proprio al momento del trauma);
  • iperattivazione psicofisiologica (una condizione caratterizzata da aggressività, ansia o irritabilità).

Inoltre, come sintomi-corollario a questa “triade sintomatologica”, può associarsi altro. Si parla di episodi di insonnia e intorpidimento (numbing), alternati a fastidiosi incubi e flashback (Paulson & Krippner, 2007).

Se non trattato adeguatamente, il PTSD può comportare una serie di gravi conseguenze. Queste possono gravare sia sulla persona che ha sperimentato il trauma sia su coloro che le stanno vicini.

Non è raro che il disturbo possa degenerare in comportamenti a rischio. Il decorso può infatti sfociare in assunzione di alcool e droghe, guida pericolosa, disordini della sfera sessuale, episodi depressivi fino ad arrivare a ideazioni suicidarie.

Lo “stress” nel PTSD descrive lo sforzo residuo sul sistema mente/corpo causato da un iniziale, catastrofico “stressor”. Si tratta di ricordi e traumi che permangono nella mente come continua sofferenza.

Il trauma originale rimane ben lontano dalla relegazione nel passato. L’influenza sul comportamento quotidiano e relazionale continua ad essere fortissima.

Paulson ricorda che, in aggiunta al trauma, la persona con diagnosi di PTSD può dare un giudizio di sé molto duro. Si rimprovera per la condizione di sofferenza in cui si trova ed esaspera la sua, già grave, condizione.

Il disturbo post-traumatico da stress in ambito militare ha destato interesse a partire dalla Grande Guerra. Ecco uno stralcio che rappresenta bene la natura del primo conflitto su larga scala:

“L’avvento delle guerre mondiali, fece balzare prepotentemente all’attenzione della clinica le “nevrosi di guerra” (Kardiner, 1969). L’incidenza numerica dei casi fu messa in relazione al cambiamento delle tecniche di combattimento: rispetto ai tradizionali scontri degli schieramenti di fanteria o cavalleria, il I° conflitto mondiale introdusse le tecniche della guerra di trincea, con le attese estenuanti sotto il pericolo dei bombardamenti per mesi, condizione che si ritiene correlata all’insorgere di disagi nuovi e più gravi sul versante dell’equilibrio psichico.”

Con la guerra del Vietnam le cose cambiano tragicamente:

“E’ il primo conflitto asimmetrico: il nemico può venire da ogni parte. Sul piano psicologico è la guerra più devastante. Secondo alcune fonti il numero dei suicidi dei soldati rientrati dal fronte ha superato il numero dei morti (58mila morti in battaglia/60mila suicidi). Su queste stime la controversia non è mai cessata […. È in seguito a questa guerra che venne introdotta nel DSM IV, la categoria di post-traumatic stress disorder, estesa poi al mondo civile. Casi di reduci del Vietnam con PTSD continuano a venire alla luce ancora oggi”.

Paulson sostiene che il combattimento fisico sia un massivo, potenziale stressor traumatico. L’uccisione di altri esseri umani diventa la quotidianità, così come il rischio di essere uccisi.

“La responsabilità che hai dopo aver ucciso un altro essere umano è l’unica e più pervasiva esperienza traumatica della guerra” (Hayes, 2006, p. 27).

È chiaro che il PTSD può essere gestito in diversi modi. Un approccio vagliabile è allenare una caratteristica disposizionale: la resilienza. Ad esempio, esistono il Comprehensive Soldier Fitness (CSF) e il Master Resilience Training (MRT).

Rutter descrive la resilienza come “il polo positivo delle differenze individuali nella risposta delle persone allo stress e alle avversità” (p. 320).

Recentemente, il termine è stato utilizzato nel contesto del trauma acuto (combattimento, assalto, incidenti o i disastri naturali). In questo contesto, le persone resilienti sono coloro che sperimentano il trauma ma non sviluppano il PTSD. Rutter sostiene l’idea che la resilienza sia ben più che l’“altra faccia” dei fattori di rischio. Questa rappresenterebbe una qualità relativa al processo e ai meccanismi che conferiscono protezione.

I fattori di rischio hanno un effetto diretto sul disordine, mentre la resilienza “agisce” indirettamente. I fattori della resilienza si manifestano solo in virtù delle interazioni con altre variabili.

Per esempio, una strategia positiva di coping potrebbe verificarsi solo nel caso in cui avvenga un evento stressante (Hoge et al., 2006)

 

La Virtual Reality come terapia per il PTSD 

L’utilizzo della tecnologia per trattare il PTSD è relativamente recente. Nel 1997, alcuni ricercatori alla Georgia Tech hanno lanciato la prima versione di uno scenario di realtà virtuale (VR) di ambientazione vietnamita. La funzione ambita era un trattamento terapeutico simile alla terapia di esposizione nei veterani del Vietnam con diagnosi di PTSD. Ciò che “sorprende” è che tutto ciò è avvenuto ben vent’anni dopo la fine del conflitto (Rizzo et al., 2006).

Oggi,  lo scenario è cambiato. Sia psicologi clinici sia psicologi del benessere che esponenti della psicologia positiva hanno avviato lavori di sperimentazioni in questo ambito.

Paulson e Krippner (2007) sostengono che il principio guida di questo trattamento sia la re-introduzione graduale alle esperienze innescanti il trauma.

Quest’idea è simile alla terapia d’esposizione, desensibilizzazione, immersione e a una varietà di altre tecniche comportamentali.

Si induce il paziente a rivivere ripetutamente l’esperienza che li terrorizza. Ciò avviene in condizioni controllate per aiutarli a rielaborare il trauma ed alleviare i sintomi del PTSD.

La VR è simile a un videogame ed è sperimentata tramite device altamente tecnologici. Questo ha due principali vantaggi:

– maggior adeguamento al target (molti veterani erano gamers, prima di arruolarsi);

– diminuzione dello stigma solitamente associato a una psicoterapia “classica” (Paulson & Krippner, 2007).

Nel 2004, Hoge ha evidenziato una incidenza significativamente maggiore di disturbo depressivo maggiore, ansia generalizzata o PTSD dopo il servizio in Iraq (dal 15.6 al 17.1 percento) rispetto a dopo il servizio in Afghanistan (11.2 percento) o prima del deployment in Iraq (9.3%).

Rizzo riporta, nel 2006, come l’Institute for Creative Technologies (ICT) ha risposto a questi dati. L’ ICT ha iniziato un progetto per creare un sistema di ambienti virtuali in cui far immergere i veterani della guerra dell’Iraq con diagnosi di PTSD.

Gli scenari e le simulazioni di combattimento tattico sono ispirati al gioco per console XBOX chiamato Full Spectrum Command (FSC).  Questa simula l’esperienza del comando di una compagnia di fanteria leggera. Funge da training per competenze quali la leadership, il decision-making, la gestione delle risorse, il pensiero adattativo e tattico.

Courtesy picture of Rizzo et al. (2006)

Il paziente è dotato di uno strumento chiamato head-mounted display (HMD, un visore che collega occhi, bocca e orecchie) e di un indicatore di orientamento per rilevare la posizione.

In più, recentemente sono stati aggiunti stimoli olfattivi e tattili all’interno dell’ambiente virtuale (Rizzo et al., 2006). Il tutto contribuisce a creare un’esperienza multi-sensoriale molto più realistica e complessa.

Inoltre, gli autori hanno pensato a un sistema in grado di calare i pazienti in un ambiente specifico, a loro tristemente familiare.

I tipi di scenario sono vari: si va da città apparentemente desolate a moschee così come da interni di palazzi e piccoli villaggi rurali.

Secondo gli autori, ogni scenario ha una sua particolarità e ha la funzione di riattivare specifiche aree della memoria del paziente.

Inoltre, sono state pensate diverse prospettive: singola e individuale, a piedi, oppure in gruppo così come all’interno di una cabina o in vari veicoli militari (Rizzo et al., 2006).

L’efficacia della terapia basata sulla VR può essere valutata tramite misurazioni già usate per valutare il PTSD:

  • Misura dell’esposizione al trauma, basata sull’elenco di diversi eventi traumatici che il paziente potrebbe aver sperimentato. Queste possono essere il combattimento, gli incidenti o l’abuso di alcol.
  • Approfondimento della percezione degli eventi da parte del paziente. I clinici valutano il grado di esposizione, così come la percezione temporale e del livello di gravità.
  • Richiedere al paziente di identificare i sintomi che potrebbero essere connessi all’esperienza traumatica. Sono inclusi sintomi subclinici o sintomi classici da PTSD. Questi potrebbero non sembrare essere associati ad uno specifico trauma.

Partire da queste misurazioni, è utile per costruire piani terapeutici ad hoc. In questo modo, l’integrazione di terapia d’esposizione con VR e psicoterapia ne giova in efficacia.

Bibliografia

Paulson, D.S, Krippner, S. (2007). Haunted by Combat: Understanding PTSD in War Veterans. New York: Rowman & Littlefield Publishers.

Hayes, C. (2006, September). The good war on terror. In These Times, pp. 24-28

Kardiner, Nevrosi traumatiche di guerra, in Trattato di psichiatria, a cura di S.
Arieti, 1° vol., Torino, Boringhieri, 1969

Rizzo A., Pair, J., Graap, K., Manson B., McNerney, P. J., Wiederhold, B., Wiederhold, M. e Spira, J. (2006). A Virtual Reality Exposure Therapy Application for Iraq War Military Personnel with Post Traumatic Stress Disorder: From Training to Toy to Treatment in Roy, M., J., Novel Approaches to the Diagnosis and Treatment of Posttraumatic Stress Disorder. IOS Press, Washington D.C., 235-250

Hoge, E.A., Austin, E. D. e Pollack, M.H., (2006) Resilience: research evidence and conceptual considerations for posttraumatic stress disorder. Depression and anxiety 24:139–152.

Rutter, M., (1987). Psychosocial resilience and protective mechanism. American Journal of Ortopsychiatry, 57, 316-331

Fonte “storia del PTSD”, citazione 1: www.difesa.it, URL http://www.difesa.it/GiornaleMedicina/Pagine/DPTS.aspx)

Fonte “Storia del PTSD”, citazione 2: www.synergiacentrotrauma.it, URL http://www.synergiacentrotrauma.it/arg_Esperienze-traumatiche_12/art_disturbo-posttraumatico-da-stress-studiato-nei-veterani-di-guerra_556

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