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Tiziana Cantone: Quando I Clic Uccidono

Tiziana Cantone: quando i clic uccidono

Nel web ci si sperimenta in modo del tutto nuovo, a volte indossando identità diverse, stravolte, costruite in modo che ci calzino ‘meglio’ di quelle reali. Si condividono pensieri e momenti importanti della nostra esistenza, e ci si infila nella vita degli altri con la stessa facilità e velocità di un clic.

Sul web si ride, si scherza, ci si offende, si litiga, ci si innamora: insomma sul web si vive ma – ahinoi – si può anche morire.

La storia di Tiziana Cantone ci spinge a fermarci. Il suicidio di questa ragazza ci spinge necessariamente ad aprire uno spazio alla riflessione.

Tiziana, come tanti di noi, ha peccato di ingenuità, di una superficialità che l’ha condotta in un incubo consumatosi in principio in territorio virtuale, ma che ha avuto il triste epilogo nella vita reale. L’amante che l’ha filmata, infatti, ha condiviso a sua insaputa il video prima su Whatsapp, poi su Facebook, Twitter e Youtube.

Ed una volta che si condivide in rete, non si torna più indietro.

Tiziana era morta già un anno fa, dopo quel clic. Quando era diventata il tormentone del web, quando ha dovuto cambiare nome, lasciare il suo lavoro, e quando ha cominciato a chiudersi in se stessa.

Ma a quanto pare la morte non basta a far tacere il web. Neanche il suo atto estremo riesce a fermare quella gogna mediatica in cui era finita. Tra dolore, sensi di colpa e residue cattiverie, si susseguono centinaia di commenti; c’è chi pensa che la ragazza se la sia andata a cercare, chi ritiene tutto il mondo del web responsabile della sua morte, e chi riconosce la pericolosità insita nella tecnologia usata in modo irresponsabile.

Ed il pericolo c’è, è evidente, e si alimenta nella cultura digitale, che sta ridefinendo i confini della nostra identità.

I social network pongono, oggi più che mai, il problema di uno scorretto utilizzo degli strumenti tecnologici. La violenza web-mediata, come nel caso di quella agita virtualmente su Tiziana, trova nel mondo virtuale terreno fertile per affondare le sue radici e crescere a dismisura. Tiziana non era al sicuro, poteva essere raggiunta ovunque, sempre, e la diffusione del suo video era diventata immediatamente incontrollabile e resistente all’usura del tempo.

Ma perché non ci si ferma? Come si arriva ad istigare una persona al suicidio? E per quale motivo non si riconosce la portata della violenza ed il suo effetto sulla persona fatta bersaglio? Perché dietro lo schermo, agire in modo sconsiderato ed aggressivo sembra più facile e immediato?

Dagli studi sui comportamenti ‘virtuali’ è emerso che le persone tendono ad essere molto più disinibite e ad esprimere in modo più aperto la propria aggressività quando la comunicazione è mediata da un computer (Wallace, 2000, 137).

I social network, ambienti virtuali che permettono la creazione ed il mantenimento di relazioni reali e non, sembrano essere i principali mezzi di trasmissione di aggressività e violenza verbale. Spavalderia e spudoratezza sarebbero favorite quindi dalla caduta libera dei freni inibitori che è una diretta conseguenza della aumentata percezione di sicurezza personale dovuta allo schermo “protettivo”.

 

Queste caratteristiche, quali la distanza fisica tra gli interlocutori, hanno permesso la diffusione di un uso distorto di internet rendendo il confine tra comportamenti ammissibili e quelli potenzialmente dannosi eccessivamente labile. Diffondere un video come quello di Tiziana o ironizzare sulla parola “Bravoh” diventa un gesto automatico, sconsiderato, inconsapevole, meccanico. Non si pensa alla persona che si cela dietro al vetro dello schermo. Tiziana era virtuale, piatta, non provava né dolore, né senso di colpa. Non è così. Ma ce lo scordiamo in fretta, e battiamo il clic su “Share” e “Like” ancor prima di fermarci a pensare.

 

La distanza fisica e la mancanza di conseguenze dirette permette dunque una grande inibizione comportamentale che porta molti utenti a spingersi oltre il limite di ciò che farebbero nella vita off-line in situazioni analoghe (Wallace, 2000, 143).

 

Alla distanza si va poi ad aggiungere la mancanza di feedback sensoriale. Quando una persona è fisicamente davanti a noi possiamo, infatti, captare espressioni del corpo ed emotive che ci permettono di rispondere in modo empatico. La mancanza del feedback invece favorisce un sentimento d’immunità alle emozioni, caratteristica che può rendere perversa una relazione: tutto appare più come un gioco che come uno spazio di trasmissione di messaggi e sentimenti; si tende ad ignorare che dietro allo schermo si trovano persone ‘reali’, con le proprie vulnerabilità ed il proprio bisogno di riconoscimento (ibidem).

 

Cosa possiamo fare allora? Quello che possiamo fare è fermarci a riflettere sulla potenza dei mezzi tecnologici, poiché in realtà i social network non sono in sé né buoni né cattivi, ma è l’uso improprio di questi che può uccidere. Possiamo riflettere sull’autenticità del dolore che condividiamo. Sull’autenticità della persona che si trova dietro lo schermo. Questa persona vive anche al di fuori dello schermo, e diventa un bersaglio anche lì, viene spogliata della sua umanità, per diventare oggetto su cui scaricare rabbia, pregiudizi, ignoranza, frustrazione e mancanza di empatia.

Una persona che esiste, ride, piange, scherza, vive, e muore. Proprio come noi.

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