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Crazy Selfie. Manuale Di Sopravvivenza All’autoscatto

Crazy selfie. Manuale di sopravvivenza all’autoscatto

I selfie rendono stupidi, i selfie uccidono più degli squali e ancora ‘ti fai i selfie? hai un disturbo mentale’. Sugli autoscatti 2.0 ne abbiamo sentite di cotte e di crude, ma quali sono le notizie realmente attendibili. Partiamo dagli squali, visto che siamo nel bel mezzo della stagione estiva.

Un anno fa, un articolo di Carley Rizzo sosteneva che nel 2014, l’anno precedente, i selfie avessero causato più morti degli squali. L’articolo è divenuto virale e in brevissimo tempo ha collezionato più di 50.000 shares su Facebook e Twitter. La prima precisazione, necessaria quanto logica, è che un selfie e uno squalo non possono essere ugualmente pericolosi: l’attacco di uno squalo è una causa di morte diretta, lo scatto di un selfie (decisamente) no. Al massimo può rappresentare un fattore scatenante, qualcosa che può esporci ad un pericolo, così come ci espone ad un pericolo cambiare canzone alla radio mentre siamo alla guida. Se un ragazzo finisce sotto un camion per scattare un selfie siamo tutti d’accordo che la causa di morte sia il tir, e non l’iphone che teneva in mano. Fatta questa semplice precisazione, forse banale, ma non così evidente ai più (a quanto pare), passiamo a qualche statistica a supporto di questa notizia.

Nei primi mesi del 2015 i morti ‘per selfie’ sono stati 12, contro le 8 vittime degli squali. Ma come si muore facendo un selfie? Portiamo l’esempio di Hideto Ueda, turista giapponese precipitato dalle scale del tempio indiano Taj Mahal per immortalarsi in un selfie di coppia. Lui, dopo aver battuto la testa, è morto sul colpo, mentre la compagna ha riportate alcune ferite. La caduta nel tentativo di scattarsi una foto in un posto particolare è in effetti la causa di morte più frequente. Riteniamo in ogni caso che il fenomeno delle ‘vittime da selfie’ sia da analizzare in modo più profondo. Apre infatti un’altra inquietante finestra sullo scenario della iper-connessione: una popolazione in balia dei nuovi devices e del 3G.

Ma la mania dei selfie viene osservata da diversi punti di vista. Secondo l’American Psychiatric Association il fenomeno dell’auto-ritratto ha le sue radici in un disturbo psicopatologico. ‘Selfitis’ questo è il nome di coloro che sentono un desiderio ossessivo-compulsivo di fotografarsi e mostrare gli scatti online.

L’APA ha anche fornito una scaletta che presenta diversi livelli di gravità della selfite: il primo grado comprende chi si scatta almeno 3 selfie al giorno, senza poi pubblicarle sui social. Il secondo livello di gravità riguarda chi si scatta almeno 3 foto e le pubblica prontamente tutte sul web. Il terzo e ultimo grado, la selfite cronica, prevede lo scattare foto da pubblicare più di 6 volte al giorno.

Anche qui è necessario fare le dovute distinzioni. Tra le fashion blogger più affermate, esistono personaggi che pubblicano anche 8 foto al giorno, pubblicizzando brand di vario genere per diverse centinaia (o migliaia) di euro. In questo caso, di certo non si parla di selfite o di mancanza di autostima ma più che altro di marketing.
Uno studio del 2015 condotto dalla Ohio State University ha rivelato che tra i selfomani si possono riscontrare tratti antisociali. Pubblicare tante foto di se stessi, senza modificarle, potrebbe infatti condurre a profili con caratteristiche di psicopatia e impulsività.

Diventa comunque sempre più importante dosare l’uso della tecnologia per acquisire uno stile di vita più equilibrato e sano. Vivere il momento è più importante che immortalarlo in un autoscatto.

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