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L’evoluzione Del Disagio Tra Bullismo E Cyberbullismo

L’evoluzione del disagio tra bullismo e cyberbullismo

La dott.ssa Suriano, psicoterapeuta Junghiana, ci aiuterà a orientarci su di un tema così complesso. L’Istat conferma che in Italia più del 50% degli adolescenti è vittima di discriminazioni, e che alcune di esse sfociano addirittura nel suicidio. Partendo da questi dati abbiamo pensato di stringere il nostro obiettivo chiedendo a chi, quotidianamente e singolarmente, tratta questi casi. L’obiettivo è quello di approfondire e scovare eventuali filtri, pregiudizi o falsi miti che talvolta rimangono imbrigliati nelle maglie della cronaca da salotto televisivo.

Dott.ssa Suriano, partendo dalle categorizzazioni lessicali, che differenza c’è tra bullismo e cyberbullismo?

Il cyberbullismo è una particolare forma di bullismo che sta crescendo parallelamente allo svilupparsi delle nuove tecnologie. La possibilità, grazie ai computer e ai cellulari, di sviluppare atteggiamenti aggressivi a distanza è un aspetto amplificato del bullismo. Si tratta di un comportamento aggressivo intenzionale e persistente. La differenza con il bullismo tradizionale è che la violenza verso la vittima può essere effettuata 24 ore su 24. Un altro aspetto da prendere in considerazione è che, molto spesso, le aggressioni avvengono in forma anonima. Spesso la vittima non è in grado di quantificare il numero degli aggressori e, in alcuni casi, non riesce nemmeno a elaborare una distinzione sicura tra questi ultimi e le persone di cui può fidarsi.

 

Qual è l’aspetto più grave del cyberbullismo, l’anonimato o la possibilità garantita dalla tecnologia di raggiungere la vittima in ogni momento della giornata?

A mio avviso più che l’anonimato, comunque diffuso nel bullismo tradizionale, credo che la possibilità di colpire la vittima in ogni momento sia la cosa più pesante. Questo fa in modo che la vulnerabilità accompagni la vittima anche nei luoghi dove dovrebbe sentirsi più al sicuro.

 

Quali sono le forme di bullismo più frequenti e quali quelle più sottovalutate?

Esistono sicuramente varie forme di bullismo. Escludere qualcuno da spazi condivisi, come chat o forum rappresenta già una preoccupante prepotenza. La diffusione anonima di foto, video, notizie private o pettegolezzi generano una forma di impotenza che, da un punto di vista dell’immaginario, rappresenta una violenza che può superare quella fisica.

 

In che modo le principali istituzioni di riferimento dei ragazzi, scuola e famiglia, affrontano il problema?

Stiamo parlando di un problema complesso e delicato. Spesso la scuola e la famiglia sono prese un po’ alla sprovvista poiché reagiscono con atteggiamenti iperprotettivi e punitivi che isolano il problema senza nemmeno provare a risolverlo. A questo proposito l’attività di formazione e informazione diventa cruciale per evitare pregiudizi o soluzioni sbagliate.

 

Quali sono i pregiudizi che allontano dalla risoluzione del problema?

Sia scuola che famiglia adottano spesso atteggiamenti negativi e punitivi nei confronti dei social network. Ritengo invece che all’interno di quella esperienza i ragazzi possano trovare una piazza di confronto. Anche se virtuale essa può rappresentare un laboratorio importante in cui sperimentare il gioco dei rapporti sociali. Quello che conta è preparare i ragazzi a formarsi e difendersi in una realtà di conoscenza molteplice e amplificata come quella della rete. L’atteggiamento censorio non è costruttivo in questo senso perché porta i ragazzi a maneggiare la tecnologia senza l’adeguata consapevolezza. Quando si tratta di sms, mail o fotografie private molto spesso i ragazzi, privi di consapevolezza sulle potenzialità del mezzo, perdono il controllo del materiale che gestiscono e non sono in grado né di prevedere ne di gestire le eventuali conseguenze.

 

Qual è a suo avviso il modo migliore per affrontare il problema?

Dobbiamo imparare ad affrontarlo attraverso la discussione. Tutto il resto è assimilabile alla costruzione di un muro che non serve a nessuno. Basta leggere la cronaca: i drammi più forti, fino all’ideazione suicidaria, sono figli della mancanza di dialogo e di consapevolezza del problema. Nel silenzio e attraverso la mancanza di dialogo nel triangolo scuola, famiglia, ragazzi si costruiscono i peggiori drammi.

 

In alcuni dei casi di cronaca dagli epiloghi più drammatici ascrivendo le cause al bullismo non si rischia di nascondere problemi più complessi?

Utilizzando una prospettiva sociale possiamo dire alcune cose, utilizzandone una familiare ne possiamo dire altre, in ultimo abbiamo la dimensione personale. Nel mio lavoro il punto di analisi è quello individuale. È da lì che ho la possibilità di entrare in contatto con fenomeni rintracciabili su larga scala: la mancanza di rispetto nei confronti dell’autorità; l’assenza di limiti; la necessità di atteggiamenti compensatori, rifarsi a un conformismo fino alla ricerca incosciente del piacere. Questi aspetti mettono in grossa difficoltà la possibilità di creare una relazione con l’altro. L’azione da intraprendere deve essere rivolta a più livelli. Non si possono abbozzare soluzioni univoche per problemi così complessi perché è vero che spesso dietro al bullismo si nascondono problemi latenti e quadri molto più complessi.

 

Al netto delle loro responsabilità non pensa che, nelle situazioni più drammatiche, dare ai bulli tutta la responsabilità sia devastante per il loro futuro?

Il bullo e la vittima, come la punta di un iceberg, nascondono problematiche molto più grandi. Jung diceva che gli atteggiamenti sono idee accompagnate da una qualità emotiva che ha un valore etico. Quando un atteggiamento è così critico offre un’idea immorale. Se un individuo è dominato da un’idea immorale non può esprimere la parte migliore di sé. Bisogna sempre tenere presente che la parte visibile superficialmente è solo un aspetto della persona. La vittima e il bullo sono le vittime e il frutto di una situazione familiare e sociale di crisi. La mancanza di dialogo è alla base di una società fondata sul far finta di nulla. Esiste un preoccupante doppio codice per cui i valori trasmessi non corrispondono alle azioni e agli esempi. Questo crea un corto circuito nel sistema identitario individuale.


Tra terapeuti e associazioni legate al bullismo qual è la percentuale di richieste d’aiuto tra vittime e persecutori?

La domanda di cura per chi esercita una violenza arriva quando esiste una rete di persone che favorisce la prevenzione e la giusta disponibilità ad approfondire il tema. In Italia il fenomeno del bullismo si sta allargando anche alla scuola elementare. Ovviamente non parliamo di cyberbullismo ma i livelli di aggressività hanno raggiunto livelli molto preoccupanti. La differenza è che in altri paesi, come l’Inghilterra, vengono messe in pratica strategie di informazione formazione e cura. Alcune tecniche prevedono il confronto tra la vittima e il bullo. Si chiama approccio tipo tribunale. Non mi piace molto il termine perché bisogna creare un confronto e non condannare ma in piccole comunità, come può esserlo una classe, un tentativo di comprensione, una finestra di dialogo per superare il conflitto, possono avvicinare i ragazzi abbattendo i muri del silenzio.

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