
Diletta Leotta e la psicologia dell’hacker
A qualche giorno di distanza dal dibattito morale che ha acceso gli animi e il web, dopo il suicidio di Tiziana Cantone, ci troviamo a commentare un episodio a tratti analogo e tristemente sempre più diffuso nell’era dei social network. Ci riferiamo al furto e alla diffusione di foto private che vede coinvolta la conduttrice Sky,Diletta Leotta.
Il cybercrime e le foto hot
Nel mondo del cybercrimine, c’è infatti chi ruba le carte di credito e chi si occupa di un altro tipo di valuta: le foto private delle celebrità. Oramai è un fenomeno abbastanza diffuso, e dopo quanto successo alle star oltreoceano come Jennifer Lawrence o Elizabeth Winstead, ci troviamo a fare i conti anche con le ‘dive’, più o meno note, del nostro paese.
Ma cosa spinge gli hackers a compiere una violazione così grave della privacy altrui? Dopo il caso delle famose attrici americane, l’AD di Immunity Inc., Dave Aitel, affermava che “gli hacker sono sbruffoni, i loro gesti non sono altro che un’affermazione del loro ego: guardate cosa posso fare!”
Motivazioni psicologiche dell’hacker
Cerchiamo di indagare i motivi psicologici che si potrebbero celare dietro questo fenomeno. Graham Jones, psicologo americano esperto di comportamento online, sostiene che le ragioni dietro a questi atti di hackeraggio sono principalmente 3:
Status. “Ci piace avere accesso a qualcosa che gli altri non possono avere”. C’è un desiderio inconscio di avere qualcosa che gli altri non hanno, e non possono avere. Essere il primo ad avere qualcosa, e poterlo condividere all’interno della propria rete, trasmette all’hacker un senso di potere: “io ho materiale privato, che nessun altro conosce”.
Curiosità. L’essere umano è curioso di natura. E le foto private sono logicamente molto attraenti per i curiosi.
Identità. “Molte persone si identificano con le celebrità, si sentono come loro”. O quantomeno vorrebbero esserlo. Ricercare le immagini private, e quindi accorciare quello spazio che esiste tra “la vita sotto i riflettori” e lo “spazio privato” sembra avvicinare ancora di più le persone famose a noi. Le rivela, le scopre e ci permette di identificarci con più facilità.
Questo ultimo motivo è lo stesso che, spesso, rende in breve tempo virali questi files. Spesso infatti, anche quando le foto ‘presunte’ hot non sono altro che selfie in bikini davanti allo specchio di casa, le persone ne sono fortemente attratte poichè private. Per intenderci, googlando Rihanna otterremmo facilmente foto della giovane cantante che la ritraggono seminuda, eppure quella foto rubata, quell’attimo privato e intimo (anche se meno ‘compromettente’) ha un fascino di gran lunga più elevato: ci permette di sbirciare nella quotidianità, e potremmo dire, nella normalità dei VIP.
A questo proposito, Lawrence Rubin parla di “democratizzazione forzata”. Diffondere pubblicamente i contenuti dei VIP sarebbe un modo per riportarli a terra, e per percorrere quella distanza che percepiamo tra noi e l’uomo – o in questo caso, la donna – che si trova sotto i riflettori, o sulla copertina dei settimanali. “La società ha un sentimento ambivalente verso le persone famose, di odio e amore: siamo motivati ad adorarli quanto a detronizzarli” continua Lawrence “per questo motivo diffondere foto private e imbarazzanti delle star potrebbe nascondere anche un desiderio inconscio di distruggerle”.
Nancy Mramor, psicologa dei nuovi media, intervistata a USA TODAY, ha affermato che spesso tra gli hacker diventa una competizione, che poco ha a che vedere col contenuto rubato. “Guarda cosa sono in grado di fare!”. Dall’altra parte ritiene che questo fenomeno sia l’evoluzione del lavoro dei paparazzi: un nuovo livello di invasione della privacy.
Le vittime del cybercrime
L’altro lato della medaglia riguarda le vittime di questo cybercrime. Spesso nel dibattito sempre più diffuso sulla necessità di migliorare gli scudi dei vari iCloud, Dropbox o Snapchat, qualcuno fa notare che come tutti ci aspettiamo che queste aziende migliorino i propri sistemi di sicurezza, è lecito aspettarsi che gli hacker migliorino le proprie strategie di hackeraggio. Mesi, anzi anni, di discussione su questo aspetto non ci ha infatti portato molto lontani. Allora subentra nella questione un altro tema, più delicato e spesso frainteso. Perché – pur sapendo quanto sia elevato il rischio – le celebrità perseverano nello scattarsi foto hot e condividerle online con fidanzati, amici o conoscenti? E’ giusto incolpare le vittime di questo crimine? La risposta è molto semplice.
Il sexting, e quindi l’invio di foto hot tramite telefono cellulare, è sempre più diffuso e comune, soprattutto nella fascia d’età compresa tra i 18 e i 35. I nativi digitali percepiranno la mediazione con lo strumento digitale sempre più fisiologica e spontanea: online si condividono emozioni e sentimenti, perché non dovrebbero scambiarsi foto hot con un partner? La questione è più delicata di quanto sembri e la strada che ci porta verso la (naturale) web-mediazione della relazione, e della sessualità, sembra ormai intrapresa.
Allo stesso tempo, continuare a modificare le condizioni relative alla privacy delle numerose App di messaggistica istantanea non aiuta: non saranno 2 righe scritte ad impedire ad un ragazzo di scambiarsi foto hot con la fidanzata, così come “il fumo uccide” non impedirà ad un fumatore di comprarsi il suo pacchetto di sigarette.
Idealmente si dovrebbe lavorare per costruire una comunità online che si fondi su norme condivise e che abbia principi, regole e valori di condivisione, di riservatezza; che sia educata ad accettare l’altro e a fidarsi (rivelare alla community alcuni aspetti personali, aumenta il senso di fiducia reciproca), ad adattarsi (e quindi a modificare i propri atteggiamenti per soddisfare le norme della community online) e al sostegno (quando una community è progettata anche per supportare l’altro, si aumenta il senso di benessere e l’autostima dei singoli membri).
Questa strada comunque ci appare complessa. Nel frattempo si dovrebbe intervenire in modo deciso nei confronti di chi sottrae e diffonde materiale privato e sessuale (o pornografico), così come avviene negli States, dove il revenge porn è un reato che può portare fino a 18 anni di galera.

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